I Piaceri del Buon Senso

“Grandi ed estesi divertimenti sono assegnati a chi esca di casa provvisto di povertà e, soprattutto, di buon senso… Tutto quanto rimane al di là della giusta misura, del normale, del semplice, è tale e tanto che almeno tre quarti del mondo possiamo dirli destinati a tenerci allegri.”, così scriveva mio padre nel 1943.

Qualche tempo fa, a Londra, invitata dall’Istituto Italiano di Cultura a parlare del teatro di mio padre, ho tentato di spiegare cos’era per lui il buon senso. La definizione che mi è sembrata più appropriata è stata: “quella qualità che permette a un uomo libero di vedere che l’imperatore è nudo, quanto sono ridicoli i suoi accoliti che laudano la magnificenza degli abiti nuovi del loro capo, quanto sono comiche le persone della folla circostante che fingono di non vedere, o che vedono, ma si limitano a scrollare le spalle, o a mugugnare, o anche a bestemmiare, ma solo a bassissima voce.”

Ho poi aggiunto che a questi piaceri del buon senso (peccato che sia morto perché oggi avrebbe davvero infinite occasioni per goderne), mio padre univa una profonda e inflessibile moralità, che da un lato lo portava a provare pietà, o anche affetto, per gli individui che lui satireggiava, e dall’altro lo spingeva ad una feroce indignazione nei confronti di quei regimi che avevano ridotto degli esseri umani ad oggetti di satira.

Ogni mattina, quando apro il giornale, io sono indignata da quello che vi leggo, ma non provo alcun piacere…

Una risposta a “I Piaceri del Buon Senso”

  1. Cosa è cambiato da allora? Nulla. Quando per la prima volta, alcuni anni fa, lessi gli “anni perduti” mi resi conto che il tempo era rimasto immutato, immobile; così come l’aveva lasciato Vitaliano Brancati. Quegli uomini sono gli uomini del mio tempo: nulla è drammaticamente cambiato…………..

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