Il testo di Rona Munro mette in scena delle “esistenze recluse”. Una figlia vuole ricordare e scoprire un passato oscuro, e lo chiede a una madre chiusa in prigione da 15 anni per aver ucciso il marito.
Le due donne non si vedono dal giorno dell’omicidio quando la figlia aveva dieci anni. La madre non ha mai negato la sua responsabilità ma nessuno conosce il movente dell’omicidio, nemmeno la due guardie carcerarie con le quali la reclusa condivide le sue infinite giornate di solitudine.
Il legame tra madre e figlia ridiventa subito “viscerale”, come se non si fossero mai allontanate: l’una vive la vita dell’altra.
Rinasce la speranza di riaprire il processo, di una vita normale, e soprattutto di una spiegazione. Ma il finale è inaspettato, inevitabile, inspiegabile ma “vero”.
