KVETCH, la parola che dà il titolo alla commedia nera di Steven Berkoff, è un termine yiddish che significa “piagnisteo, lamentela” Per questo spesso in Italia è presentata col titolo Piagnistei.
La scena si apre su una cena tra marito, moglie, suocera e un amico collega, una cena apparentemente ordinaria.
Ben presto, però, emerge un doppio discorso: quello esteriore dei personaggi e quello interno, fatto di frustrazioni, ansie, pulsioni e desideri repressi. Le vite dei protagonisti – una coppia borghese (Frank e Donna), la suocera, l’amico Hal e un altro personaggio, George – sono oppresse delle loro paure: paura del giudizio, del fallimento, del conformismo, del desiderio tradito.
In Kvetch, Steven Berkoff costruisce una farsa tragica, alternando i dialoghi reali e i pensieri interiori, sospendendo l’azione per far emergere ciò che i personaggi non dicono.
Kvetch è un ritratto graffiante e ironico della borghesia nevrotica, dell’ipocrisia delle relazioni familiari e della disfunzione comunicativa. I personaggi cercano di mantenere le apparenze mentre dentro covano rabbia, impotenza e alienazione. In questa tensione tra superficie e profondità, Kvetch mette a nudo il «piagnisteo dell’anima», il ripetersi dei monologhi interiori che impediscono la vera connessione con gli altri.
“Tutti noi viviamo con l’incubo delle bombe – del cancro – della disoccupazione – dell’impotenza – delle bollette – dei vuoti di memoria – di ingrassare – di essere stupidi – paura di fallire – di esporsi – di non capire una barzelletta… – motivo per cui questa commedia è dedicata a chi ha paura”

BERKOFF, STEVEN
DECADENZE di Steven Berkoff

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