L’ULTIMA PAROLA di Oren Safdie

L’ultima parola di Oren Safdie è una commedia drammatica a due personaggi che mette in scena uno scontro generazionale, estetico e ideologico sul significato dell’arte, della scrittura e del lascito personale.

Il protagonista è Henry Grunwald, un anziano ebreo viennese che da giovane è fuggito dall’Europa nazista per rifarsi una vita negli Stati Uniti. A New York ha costruito una carriera di grande successo come dirigente nel mondo della pubblicità: ricco, rispettato, potente. Ora però Henry è in pensione, quasi cieco e profondamente insoddisfatto. Nonostante i traguardi raggiunti, sente di aver tradito il suo vero sogno: diventare uno scrittore, un drammaturgo, un artista “vero”. Per Henry, il tempo sta per scadere e l’urgenza di lasciare un’opera che lo rappresenti davvero diventa quasi ossessiva.

Decide quindi di assumere un assistente e pubblica un annuncio. A rispondere è Len Artz, un giovane aspirante drammaturgo, colto ma precario, idealista, cresciuto artisticamente in un ambiente completamente diverso da quello di Henry. Len appartiene a una generazione che mette in discussione i canoni tradizionali, favorevole alla sperimentazione, alla rottura delle forme, alla contaminazione dei linguaggi.

Quello che dovrebbe essere un semplice colloquio di lavoro, ne L’ultima parola, si trasforma immediatamente in un duello verbale feroce e brillante. Henry sottopone Len a una serie di prove, domande e provocazioni, alternando sarcasmo, umiliazioni e lampi di lucidità intellettuale. Fin da subito è chiaro che Henry non cerca soltanto un assistente pratico, ma qualcuno che possa essere testimone, complice o bersaglio del suo ultimo tentativo creativo.

Il cuore di L’ultima parola è lo scontro tra due visioni del mondo:

  • Henry difende una concezione eurocentrica e “classica” dell’arte: crede nella grande tradizione culturale europea, nella disciplina, nella forma, nell’autorità del canone. Disprezza ciò che considera superficialità, moda o vuoto sperimentalismo.

  • Len, al contrario, sostiene la necessità di rompere con il passato, di dare voce a nuove forme, nuovi linguaggi, nuove identità. Per lui l’arte non deve rassicurare né imitare, ma destabilizzare e reinventare.

Il dialogo tra i due è costellato di riferimenti alla letteratura, al teatro, alla filosofia e alla storia, ma anche di attacchi personali sempre più diretti. Henry mette in discussione il talento e il coraggio di Len; Len, a sua volta, smaschera le contraddizioni di Henry, accusandolo di aver scelto il successo commerciale al posto del rischio artistico.

Man mano che la conversazione procede, emergono le fragilità più profonde di Henry: il senso di colpa per essere sopravvissuto, la paura della morte, il terrore di essere dimenticato, l’angoscia di non aver mai detto davvero “l’ultima parola” come artista. La cecità progressiva diventa una potente metafora della sua condizione: Henry vede meno il mondo, ma vede con dolorosa chiarezza i propri fallimenti interiori.

Anche Len, tuttavia, non è immune alle contraddizioni. Dietro la sicurezza ideologica si nascondono insicurezza, bisogno di riconoscimento e paura di non essere all’altezza. Il rapporto tra i due oscilla continuamente tra mentorship, antagonismo, bisogno reciproco e manipolazione.

Nel finale, L’ultima parola non offre una riconciliazione facile. Piuttosto, lascia lo spettatore con una domanda aperta: chi ha davvero il diritto di “dire l’ultima parola”? Chi crea arte per sopravvivere alla morte? E quanto il passato deve pesare sul futuro?

 

SAFDIE, Oren

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