X di Alistair McDowall è una delle opere più affascinanti e inquietanti del nuovo teatro britannico. Presentata in prima assoluta al Royal Court Theatre nel 2016, la pièce porta la ricerca drammaturgica di McDowall in un territorio ancora più radicale, trasformando un racconto di fantascienza in una riflessione poetica sull’isolamento, sul tempo, sulla memoria e sulla fine della civiltà.
Dopo il successo di Pomona, il drammaturgo abbandona la periferia urbana per spostare l’azione su Plutone, ma il vero tema resta quello di sempre: la fragilità dell’essere umano di fronte a un universo incomprensibile.
L’opera
La vicenda è ambientata in un futuro imprecisato, in una piccola base di ricerca britannica costruita su Plutone, miliardi di chilometri dalla Terra.
I membri dell’equipaggio sono quattro:
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Gilda, geologa e riluttante responsabile della missione;
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Ray, comandante esperto e ultimo testimone di un mondo ormai scomparso;
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Cole, giovane scienziato razionale e sensibile;
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Clark, tecnico sarcastico e disilluso.
Con loro compare anche Mattie, una misteriosa bambina la cui presenza sembra impossibile da spiegare.
All’inizio della storia il gruppo ha perso ogni comunicazione con la Terra da alcune settimane. Nessun messaggio arriva più dal pianeta d’origine e nessuno sa se il problema dipenda da un guasto tecnico o da una catastrofe avvenuta sulla Terra. (Royal Court – Living Archive)
L’attesa
La quotidianità della base è scandita da piccoli rituali: pasti consumati in silenzio, giochi da tavolo, esercizi fisici, controlli delle apparecchiature.
L’attesa diventa però sempre più insopportabile.
Il tempo sembra rallentare e poi dissolversi completamente.
L’orologio digitale impazzisce, le giornate non sono più distinguibili e i personaggi smettono progressivamente di sapere se siano trascorsi giorni, mesi o anni.
Un mondo che scompare
Attraverso frammenti di conversazione emerge lentamente il quadro di una Terra devastata.
Ray ricorda un giorno terribile in cui tutti gli uccelli caddero improvvisamente dal cielo. Gli alberi sono ormai quasi scomparsi, interi paesi sono stati sommersi e la popolazione vive in rifugi sotterranei.
La colonizzazione dello spazio non rappresenta un progresso, ma il disperato tentativo di sopravvivere al collasso ecologico del pianeta.
La dissoluzione della realtà
Ben presto accadono eventi inspiegabili.
Una gigantesca X rossa compare sul grande oblò della base.
Gilda sente la voce di una bambina che nessun altro sembra percepire.
All’esterno appare una figura infantile con una misteriosa cicatrice a forma di X sulla bocca.
Ricordi diversi si sovrappongono: alcuni personaggi ricordano episodi incompatibili tra loro, altri dimenticano completamente il proprio passato.
Anche il linguaggio comincia a disgregarsi: dialoghi interrotti, frasi ripetute, parole isolate e infine la sola lettera X, che invade progressivamente la comunicazione.
Il tempo non è più lineare, ma un insieme di frammenti che convivono nello stesso istante.
Significato dell’opera
La X del titolo possiede molteplici significati:
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una croce;
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un errore;
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una cancellazione;
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un’incognita matematica;
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il segno di un luogo sconosciuto;
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un bacio.
McDowall non offre una spiegazione definitiva e costruisce un testo aperto a molte interpretazioni.
Da un lato il dramma è un horror cosmico che richiama Alien e 2001: Odissea nello spazio; dall’altro è una riflessione sul collasso climatico, sulla memoria e sull’impossibilità di mantenere una stabile percezione della realtà.
I temi
L’opera affronta questioni fondamentali della poetica di McDowall:
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l’isolamento assoluto;
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la dissoluzione del tempo;
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il degrado ambientale;
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la perdita della memoria;
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la ricerca di una connessione umana;
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la sopravvivenza della coscienza in un universo indifferente.
Pur ambientato nello spazio, il testo parla soprattutto del presente e delle responsabilità della nostra civiltà nei confronti del futuro.
La produzione del Royal Court
La prima mondiale è andata in scena dal 30 marzo al 7 maggio 2016 al Jerwood Theatre Downstairs del Royal Court, con la regia di Vicky Featherstone, che aveva fortemente sostenuto la scrittura di McDowall.
L’allestimento
La scenografia di Merle Hensel era uno degli elementi più impressionanti dello spettacolo.
L’intera base spaziale appariva come una struttura metallica leggermente inclinata, dominata da un grande oblò affacciato sul vuoto cosmico. L’ambiente, essenziale e claustrofobico, suggeriva fin dall’inizio una realtà fuori equilibrio.
Le luci di Lee Curran, i video di Tal Rosner e il sound design di Nick Powell costruivano un’esperienza immersiva: lunghi blackout, improvvisi bagliori, rumori elettronici e silenzi assoluti contribuivano a far percepire allo spettatore la stessa perdita di orientamento vissuta dai personaggi.
La critica
La critica riconobbe unanimemente l’ambizione del progetto.
The Guardian sottolineò la tensione crescente e la qualità dell’interpretazione di Jessica Raine, descrivendo X come un dramma in cui il tempo stesso sembra dissolversi e la fantascienza diventa riflessione esistenziale.
Nell’edizione domenicale dello stesso quotidiano, Susannah Clapp definì l’opera un'”ingegnosa e impegnativa distopia”, osservando che la sua struttura volutamente frammentaria non cerca mai una soluzione definitiva, ma invita lo spettatore a confrontarsi con l’incertezza.
Molti recensori elogiarono la straordinaria atmosfera della produzione, costruita attraverso la scenografia, le luci e il suono.
Un’opera fondamentale
Con X, Alistair McDowall porta sulla scena una fantascienza profondamente umana, in cui il viaggio nello spazio diventa soprattutto un viaggio nella memoria e nella coscienza.
Il risultato è un dramma che fonde horror cosmico, poesia, riflessione ecologica e sperimentazione teatrale in una forma estremamente originale. La base su Plutone diventa così il simbolo dell’umanità contemporanea: isolata, incapace di comunicare con il proprio passato e costretta a interrogarsi sul proprio futuro mentre il tempo stesso sembra sgretolarsi.
Il testo è tradotto.
Personaggi: 2 donne + 3 uomini + 1 ragazza giovane
McDOWALL, Alistair

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