
Il sito web di un’agenzia letteraria per il teatro, ma soprattutto un sito per chi ama il teatro: per chi lo fa, per chi lo vorrebbe fare, per gli spettatori appassionati. Continua la lettura “Questo Sito”

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A notte fonda, una giovane donna irrompe nello studio del dottor Beckmann: cerca disperatamente una cartella clinica, ma quando finalmente pare averla trovata, ecco che arriva il dottore che a tutta prima sembra non sapere chi lei sia, ma poi la chiama col suo nome: Jenny. Da quello che il dottore dice, è già accaduto altre volte che Jenny si sia intrufolata nel suo studio alla ricerca di documenti che devono restare privati, ed è ora che la cosa finisca. Beckmann minaccia di chiamare la polizia, e a questo punto Jenny tenta di sedurlo. Lui all’inizio resiste, poi i suoi istinti animaleschi prendono il sopravvento e si avventa sulla giovane. Jenny si ritrae e fa per fuggire, quando Beckmann, in preda all’ira, la raggiunge sulla porta è la pugnala col tagliacarte. Jenny crolla a terra morta.
La mattina dopo – spessa scena – Beckmann sta lavorando alla sua scrivania. La paziente delle undici è in ritardo: lui chiede alla segretaria se per caso Jenny Richards non abbia chiamato. E’ la donna che lui ha ucciso la sera prima?, lui si sta per caso costruendo un alibi? Ma no: Jenny (ed è proprio lei) arriva e chiede scusa per il ritardo. Una volta che si è finalmente sistemata sul dicano, Jenny dice di aver avuto un’altra volta “il sogno” (ed è quello che abbiamo visto nella prima scena), ma la ragazza si tiene sul vago riguardo al protagonista maschile del sogno: finge di non ricordare che si tratta proprio del dottore. Beckmann interpreta il sogno come un bisogno di Jenny di conoscere la verità su se stessa, mentre l’uomo che l’attacca simbolizza la parte della sua psiche che non ritiene lei abbia diritto a conoscere se stessa. Per Beckmann è molto importante che Jenny riesca a cambiare la fine del suo sogno, e propone di ipnotizzarla per aiutarla sia a ricordare meglio il sogno che per darle gli strumenti per riuscire a controllarlo e a farlo finire in maniera più positiva.
Figlio di John Mortimer (coautore assieme a Brian Cooke di numerose serie televisive di grande successo, oltre che ad alcune commedie, fra le quali anche la divertentissima Quando il Gatto è via ), Roger si è dapprima dedicato allo studio della musica, ed è stato solo quando sua moglie, la cantante d’opera Nadine Mortimer-Smith lo ha incitato a scrivere per un festival a cui lei doveva partecipare un testo che fosse la storia delle principali cantanti d’opera di colore che Roger ha preso gusto per la scrittura teatrale e si è deciso a seguire le orme paterne.
Il suo primo testo è stato quello per la moglie: WHY DON’T YOU JUST SING JAZZ? E’ la storia di Olivia, una giovane ragazza di colore, che torna a casa molto agitata dopo una lezione di canto in cui la sua insegnante si è rifiutata di prendere in considerazione l’ambizione di Olivia di diventare una cantante lirica. Olivia chiede a sua zia: possibile che non vi siano cantanti liriche di colore? Certo che ce ne sono, risponde la zia. E nel corso di un pomeriggio (e noi nel corso dello spettacolo), Olivia impara tutto quanto riguarda Roland Hayes, Marian Anderson, Leontyne Price, Robert McFerrin, Grace Bumbry e Jessye Norman, e ascolta le arie che li hanno resi famosi eseguite dalle stelle di colore della lirica del passato e del futuro.
Dopo questa esperienza, Roger è passato a scrivere dei thriller molto intriganti, che troverete nella categoria delle Opere : TRAUMA e GUILTY SECRET.
Mi trovo a Bellagio, sul lago di Como, in un residence incantevole per seguire un seminario di drammaturgia sotto la maieutica guida di Donald Freed. Sono l’unica italiana del gruppo. Se ogni mattina non scendessi al lungolago (pochi passi) per acquistare la mia razione quotidiana di cattive notizie (Il Fatto e La Repubblica) mi sembrerebbe di stare fuori dal tempo, a svolgere in imperturbabile serenità un lavoro intellettuale che mi appassiona.
Ma naturalmente mi sento colpevole. Ieri volevo essere a Roma: due funerali a cui sono stata presente solo col pensiero e con l’affetto: quello di Nives, una dolce signora amica, e quello di un’altra amica, Maddalena Fallucchi, il cui caparbio amore per il teatro molti conoscono e ormai si trovano a dover rimpiangere.
E oggi dovrei essere in piazza col “popolo viola” di cui sento assolutamente di far parte, per protestare contro la schifosa legge bavaglio (qui a Bellagio non mi risulta siano previste manifestazioni). Ma quanto ancora saremo in grado di sopportare?
Certo, aspettiamo qualcuno che ci guidi e indichi (o almeno suggerisca) cosa fare. Davvero da soli non siamo in grado di concludere niente, a parte manifestare la nostra voglia di un cambiamento radicale? (Rivoluzione?)