di Antonia il 17 ottobre 2011
Entro domani, 18 Ottobre, l’Università di Roma dovrà comunicare cos’ha deciso di fare riguardo il teatro Ateneo. Chiuso per lavori, si teme che l’intenzione sia di usarlo non come teatro, ma come Sala Congressi. In circa dieci giorni, più di mille firme sono state raccolte affinché il teatro rimanga tale. Fra queste, la mia. Ho anche scritto al Rettore quanto segue:
Magnifico Rettore,
ho appreso che il Centro Teatro Ateneo dell’Università di Roma “La Sapienza”, per la prima volta in trenta anni di attività, non ha ricevuto il rinnovo a cui vengono sottoposti i centri di ricerca dell’università ogni sei anni, e che ogn…i decisione a riguardo è stata rinviata a fine ottobre.
Non riesco proprio a comprendere come si possa anche lontanamente pensare di prendere una decisione diversa da quella di tenere in vita un teatro che è sempre stato un centro per promuovere, diffondere fra i giovani e preservare la cultura del teatro, con la sua attività di ricerca e di conservazione della memoria del fare teatro nella civiltà contemporanea.
Per me è anche il luogo dove i miei genitori si sono incontrati: forse se non ci fosse stato il teatro dell’Università (all’epoca teatro GUF) io non sarei nata.
Nel primo capitolo di Paolo il Caldo, mio padre scrive: “L’inverno del 1941 cadde a Roma molta neve. Al teatro dell’Università giungevano in punta di piedi gruppetti di ragazze (…) D’un tratto dalla quinta fila delle poltrone, verso di me che sedevo in fondo alla sala, una ragazza trentina volse il bellissimo viso (…) Quando la ragazza tornò a voltarsi verso il palcoscenico, sprofondando nel pellicciotto che, sei anni dopo, sarebbe servito da cuccia al nostro cane Nina, io ero già innamorato…”
A parte che mi risulta che il Centro Teatro da molti anni non incide affatto sul bilancio della Sapienza perché autofinanzia la propria attività – è per me impensabile che oggi Lei pensi di seguire i dettami dei popoli della libertà che ci governano e che dimostrano in ogni occasione di odiare la cultura come neanche il fascismo si è mai sognato di fare,
Edward Bond ha scritto: “Onorate la città che fonda un teatro; sulle sue scene dite ciò che vi viene impedito di dire in tempi di oscurità”.
Mantenere acceso un lume anche nella più oscura delle notti dovrebbe essere il compito di ogni Ateneo: come potete pensare di farlo, senza un teatro?
Cordialmente
Antonia Brancati
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di Antonia il 3 ottobre 2011

L'alba di una nuova epoca?
Nel nostro strano paese può capitare che un autore di teatro si vergogni a definirsi tale. Agli Autori Italiani che non abbiano avuto la lungimiranza di morire presto e diventare dei “classici”, può essere capitato di venire considerati un investimento pericoloso (per gli impresari) e una seccatura per i registi con pretese autorali. Le Istituzioni Culturali, dal canto loro, non li/ci considerano affatto.
Già anni fa, a un Convegno sulla Drammaturgia Italiana, in presenza di tanti, bravi, più o meno giovani, autori, mi era capitato di chiedermi/ci: bastiamo a fare una drammaturgia italiana? La risposta che davo a me stessa era che non bastavamo, ma non per la nostra incapacità, ma perchè ognuno di noi era un’eccezione fortunata e non parte fondante di una drammaturgia nazionale.
Forse le cose stanno per cambiare. Sull’onda della vittoria ai referendum, sull’onda dell’occupazione del teatro Valle, che noi autori abbiamo sostenuto sin da subito con un documento unitario, ci siamo ritrovati anche di persona e cominciamo a conoscerci, a trovare punti d’accordo e a scontrarci su punti di disaccordo, tutto per arrivare a costituire una Casa della Drammaturgia Italiana, che oltre a raccogliere, catalogare e promuovere le nostre (cioè di tutti gli autori italiani) opere, divenga una forza che possa presentarsi unita a richiedere per gli Autori italiani rispetto, sostegno, protezione.
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di Antonia il 6 settembre 2011
Torno a Roma dopo dieci giorni in Armenia, dieci giorni di monasteri, altipiani, canyon, e l’emozione di percorrere a tratti la Via della Seta – e dieci giorni senza giornali, a parte la lettura in internet de Il Fatto Quotidiano. Appena uscita da Fiumicino mi rituffo con voluttà nelle edizioni cartacee, e leggo con sgomento tra i necrologi della improvvisa scomparsa di Flavia Tolnay, collega, a volte anche rivale, sempre amica.
Una Signora in meno, in questo nostro mondo che diventa sempre più volgare – questo il mio primo desolato pensiero.E poi i ricordi di un’epoca che non c’è più.
Negli anni ‘80, quando lavoravo come assistente di Lucio Ardenzi, praticamente ogni primavera mi toccava di fare il giro delle “vecchiette” (come, irrispettosamente, le chiamavo – prima di diventare una di loro) alla ricerca di nuovi (o vecchi) testi interessanti per le nostre compagnie. Erano tutte delle vere, grandi signore appassionate di teatro: Laura Del Bono (che in seguito mi convinse a dedicarmi al suo stesso lavoro), Connie Ricono, Maria Pia D’Arborio, e Lea Danesi: tutte con suggerimenti e copioni interessanti (anche se magari non erano esattamente quelli che cercavo).
Oggi il lavoro di Maria Pia D’Arborio viene continuato da sua nuora Paola; mentre il lavoro di Lea Danesi è stato continuato brillantemente dalla figlia Flavia. Alle altre Signore sono (siamo) subentrate donne non di famiglia.
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